FARESPAZIO: La nostra esperienza a San Berillo; non solo un tirocinio! FARESPAZIO e farlo insieme

FARESPAZIO: La nostra esperienza a San Berillo; non solo un tirocinio! FARESPAZIO e farlo insieme
3 Luglio 2020 Andrea D'Urso

L’impatto delle misure di restrizione e di contenimento sociale previste durante l’esplosione della pandemia del Covid-19, ha reso evidente l’irriducibile importanza e necessità di spazi pubblici che le persone esprimono in diverso modo abitando i contesti urbani contemporanei. In questa fase sono emersi aspetti e problemi che riflettono le contraddizioni sociali, politiche ed economiche che quotidianamente si riflettono e trasformano gli spazi delle nostre città. Nel tentativo di contribuire attivamente alla costruzione di una città realmente inclusiva e aperta, il gruppo di lavoro di Trame di Quartiere seguendo un approccio laboratoriale e interdisciplinare ha avviato nel mese di Settembre 2019 un progetto che avesse come focus specifico di interesse il tema dello spazio pubblico.

FARESPAZIO: sperimentare i diritti nella città è un’iniziativa sostenuta da Actionaid all’interno della Call realizziamo il cambiamento 2019 e promossa dal laboratorio di innovazione sociale di Trame di Quartiere all’interno del contesto urbano del quartiere San Berillo.

FARE SPAZIO mira ad avviare una riflessione e co-progettazione degli spazi pubblici di San Berillo Vecchio per renderli maggiormente fruibili e per innescare un processo rigenerativo del quartiere. Partendo dal presupposto che lo spazio sia un diritto fondamentale, il suo recupero si tramuta in un’opportunità per co-creare e co-decidere, per rafforzare gli spazi di resilienza di comunità, in cui le persone abbiano davvero la possibilità di esprimere e concorrere a migliorare la società. In particolare,

l’intento è di superare la dicotomia decoro/degrado urbano, per cui ciò che non rientra nel decoro viene etichettato come degrado. Il progetto si è posto un duplice obiettivo: da un lato approfondire le pratiche spaziali degli abitanti, dall’altro attivare un percorso di riappropriazione di tutti quei luoghi interstiziali e marginali che invece si presentano ancora semi-abbandonati e derelitti.

All’interno di questo percorso di ricerca e azione, che propone attività complementari di animazione territoriale, di coinvolgimento dei diversi attori sociali e di lavoro sul campo di natura socio-antropologica, è stato aperto un bando di collaborazione e tirocinio per coinvolgere gli studenti e studentesse dell’Ateneo di Catania.

Le attività del tirocinio sono state avviate nel mese di Dicembre del 2019 e sono ancora in corso. Esse mirano sia a stimolare l’interesse di giovani ricercatori e ricercatrici impegnati in diverse discipline verso i temi delle trasformazioni e della rigenerazione urbana, sia a sperimentare attività di service learning nel contesto del quartiere San Berillo, offrendo un ambito specifico di studio e azione. Attraverso questa modalità di relazione e condivisione del percorso di lavoro, si è approfondito e ampliato lo sguardo analitico e progettuale di FARESPAZIO.

Le ragazze e i ragazzi che hanno aderito al tirocinio hanno avuto la possibilità di contribuire alla costruzione di un percorso di conoscenza collaborativo, condividendo metodi di ricerca e temi di approfondimento.

Questa esperienza ha consentito un percorso di crescita e apprendimento reciproco, evitando di interpretare e di vivere il tirocinio come contenitore vuoto o semplicemente una parentesi nel proprio percorso di studio.

In tal modo la sfera dei servizi (cittadinanza attiva, azioni solidali, volontariato per la comunità) e dell’apprendimento (acquisizione di competenze, metodologie sociali e didattiche) sono stati complementari, sicché studenti e abitanti insieme hanno sviluppato le proprie conoscenze e competenze attraverso un servizio solidale per la comunità. Si è così inteso collegare l’azione di servizio all’apprendimento dei concetti, consentendo di imparare ad agire direttamente nel contesto di appartenenza. Tale processo l’apprendimento pratico si è realizzato all’interno di uno spazio di confronto e di crescita condivisa, in cui sperimentare iniziative di collaborazione civica e di cura degli spazi del quartiere con il coinvolgimento degli abitanti. Nella stessa denominazione del progetto è insita la finalità: “fare” intesa come “azione, costruzione di qualcosa di concreto e condivisibile e “spazio” inteso, non solo come area con coordinate precise, ma come spazio che si interseca col concetto di tempo ricco di ricordi, emozioni e desideri. Distaccandosi dal processo di progettazione empirica degli spazi, il tirocinio si è focalizzato sullo svolgimento di analisi del territorio oggetto di studio – San Berillo – attraverso il dialogo e l’ascolto di coloro che vivono e abitano il quartiere, con il fine di co-progettare nuove conformazioni dello spazio pubblico che rispondano maggiormente agli usi che se ne fanno attualmente e ai bisogni emergenti.

La squadra di Fare Spazio

Gli studenti dell’Università degli Studi di Catania e dell’Accademia di Belle Arti di Catania, hanno preso parte al progetto “FARESPAZIO: sperimentare i diritti della città” con l’associazione Trame di Quartiere, sita a Palazzo de Gaetani, nel quartiere storico di San Berillo a Catania. Si è scelto un approccio multidisciplinare, al fine di unire le competenze tecniche da varie facoltà, esperienze e percorsi formativi. Sono state utilizzate le skills trasversali che studenti e laureandi hanno avuto modo di accrescere e condividere tra loro, in particolare: dal Dipartimento di Ingegneria Civile ed Architettura provengono le studentesse Alessia Mazzarino e Lucia Fagone Buscimese, dal corso specialistico di Nuovi Linguaggi della Pittura Samuele Vecchio, Giulia Minnella, Celina Moscuzza ed Ambra Manola, dal corso specialistico di Progettazione Artistica per l’impresa, Nausicaa Cullurà e dal biennio specialistico di Interior Design, Giorgia Bruschetta.

Un percorso con una duplice fase

Il tirocinio è stato strutturato in due fasi principali: una teorica e l’altra sul campo che si sono alimentate vicendevolmente

Inizialmente sono state introdotte le conoscenze preliminari alla definizione degli obiettivi, attraverso attività di team building ed approfondimenti per mezzo di testi e articoli scientifici.

Sono state poste tre domande fondamentali sul quale poi è stata costruita la mission comune per il progetto:

  • Cosa rende realmente uno spazio “pubblico”?
  • Quali sono gli spazi pubblici nel quartiere e quali sono le relazioni sociali presenti?
  • Qual è il rapporto tra il quartiere e la città?

Sulla base di questi quesiti sono stati definiti, in risposta, tre principali obiettivi:

  • Mappatura delle caratteristiche qualitative, fisiche e antropologiche degli spazi: grazie all’osservazione e all’interazione con abitanti e fruitori dello spazio pubblico del quartiere, si è potuta focalizzare l’attenzione sul significato associato allo spazio utilizzato e le pratiche che ne derivano;
  • Mappatura delle potenzialità e dei bisogni che scaturiscono dai luoghi e dalle esperienze concrete degli abitanti all’interno dello spazio;
  • Innesco di una contaminazione positiva, non solo tra i vari attori del quartiere, ma anche tra il quartiere e la città: non basta far conoscere all’esterno del quartiere le pratiche virtuose che già sono attive, ma permettere che se ne producano di nuove attraverso l’ingaggio di coloro che desiderano arricchire la quotidianità del quartiere. Iniziare a generare una connessione tra gli abitanti dei luoghi(migranti, sex workers, abitanti storici, associazioni territoriali), utilizzando lo spazio pubblico come catalizzatore abilitante di interazione e tentando di ricostruire una dimensione pubblica di quartiere.

Il lavoro sul campo è avvenuto negli spazi pubblici del quartiere, analizzando gli aspetti umani, soprattutto dal punto di vista morfologico, fisiologico e psicologico. Per l’attuazione di tale ricerca sono state svolte cinque Walking Interviews con attori di provenienze eterogenee, definiti successivamente leader della passeggiata.

  1. La prima passeggiata, condotta da Franchina (sex-worker, scrittrice e collaboratrice dell’associazione) e Karamo (ragazzo proveniente da Gambia) emerge la contraddizione tra il dentro e il fuori di San Berillo, tra la staticità dell’interno e la vivacità dell’esterno, il vuoto delle case disabitate da una parte e la dinamicità dell’esterno dall’altra. Passeggiando ci si rende conto della stretta relazione tra la conformazione fisica delle vie e l’utilizzo che ne viene fatto: l’ampia Via Carro, viene utilizzata dalla comunità gambiana come se fosse una grande piazza, tra panchine e falò, invece la stretta e buia Via Zara, è sfruttata come bagno pubblico e discarica. Durante la passeggiata Franchina mostra la bellezza legata alla memoria del quartiere: sceglie di passare davanti la casa natale di Goliarda Sapienza,
    scrittrice catanese di fama internazionale degli anni Cinquanta, e un edificio che appartiene a Carmen Consoli, cantante catanese famosa in tutto il mondo, che un tempo rendeva disponibile l’immobile con affitto regolare ad alcune prostitute.

 

  1. Durante la seconda passeggiata a guidarci tra le vie di San Berillo sono stati i ragazzi dell’associazione “Gambia Youth Association”, insediati nel quartiere solo da pochi anni. Dal loro racconto emerge una concezione di spazio pubblico come luogo di vita, in quanto non esiste alcuna distinzione tra uso pubblico e privato dello spazio. Veniamo subito condotti all’angolo tra via Buda e via Pistone dove incontriamo Lalo, un ragazzo gambiano che – in un’insenatura tra gli edifici abbandonati – ha creato la sua piccola officina a cielo aperto in cui, nelle forti giornate di pioggia, gli è impossibile lavorare. Il proprietario dello stabile abbandonato, adiacente alla ciclofficina all’aperto, è consapevole che Lalo ha creato la propria attività lavorativa in uno spazio di sua proprietà e gli permette di continuare a farlo a patto che le attività illegali del quartiere non rientrino in quello spazio. Voltando lo sguardo all’incrocio tra via Buda e via Carro sembra di essere catapultati in una piccola “casa a cielo aperto”. Karamo e gli altri ragazzi raccontano che quello è il loro luogo di ritrovo: un parrucchiere, un falò per riscaldarsi, divani e poltrone dove alcuni di loro sono anche costretti a dormire la notte in assenza di una casa. Come ogni casa che si rispetti i ragazzi raccontano di praticare il set setal, ogni ultimo sabato del mese: la pulizia delle strade e degli spazi pubblici che quotidianamente vivono. Successivamente veniamo condotti alla Moschea, un luogo di casa, di serenità e di ristoro, luogo di culto e di confronto, mostrando così il forte bisogno di far conoscere sé stessi e la loro cultura. Nonostante i ragazzi gambiani durante la passeggiata sostengono di non avere un buon rapporto con la comunità senegalese – stanziata in quartiere da ormai quarant’anni – ci conducono al ristorante di MADA, esperienza imprenditoriale in cui lo spazio, seppur privato, diventa pubblico unendo tutte le comunità e facendo emergere un forte bisogno di socialità e confronto.


  1. A farci da guida durante la terza passeggiata è Seka, abitante ormai storico del quartiere e appartenente alla comunità senegalese. Vive da vent’anni a Catania e la scelta di vivere a San Berillo non è mai stata casuale: la comunità senegalese è da sempre dedita alle attività di commercio. L’ottima posizione vicino alla stazione e al mercato insieme al basso costo degli affitti, hanno agevolato la sua comunità a scegliere il quartiere come luogo dove abitare e lavorare. Un quartiere che era stato scelto dai senegalesi ma che, a causa della scarsa manutenzione e propensione dei proprietari a cedere in vendita gli appartamenti, negli anni è stato gradualmente abbandonato. I frequenti crolli e le condizioni critiche dei pochi edifici agibili hanno costretto la comunità senegalese progressivamente a lasciare progressivamente le case del quartiere mantenendo però l’abitudine a viverlo in strada soltanto durante il giorno, in particolare nella zona che si trova all’incrocio tra via Pistone e via Reggio. Proprio in questa strada, dopo quarant’anni, affrontando innumerevoli ostacoli, la comunità è riuscita ad acquistare un immobile, interamente da ristrutturare, destinato ad un uso collettivo. Il racconto di Seka è fondato sul tema del ricordo, da cui emerge un forte desiderio di abitare una casa propria, il forte desiderio di curare e far rinascere i vecchi edifici del quartiere. Ad un certo punto però, Seka si allontana dalla narrazione-ricordo e si proietta nei bisogni dei più giovani: la strada è di tutti e la sua comunità, che sta ormai lì da quarant’anni, ha costruito nuovi nuclei familiari. I bambini necessitano di un luogo in cui giocare liberamente, senza però mai violare le buone regole di vicinato.
  2. La quarta passeggiata è stata condotta da Alfio, ex occupante del palazzo dove ha sede l’associazione. Alfio il quartiere non l’ha scelto, viveva sotto i ponti in Corso Sicilia e un giorno venne aiutato e condotto a vivere al primo piano di un edificio abbandonato che è stato la sua casa per più di dieci anni. La passeggiata con Alfio non ha avuto molte tappe, i suoi ricordi sono tutti legati a quel portone all’angolo tra via Carro e via Delle Finanze da cui accedeva a “casa sua”, il primo piano di palazzo De Gaetani, era condiviso con altre persone in difficoltà. Alfio è stato supportato nella richiesta del reddito di cittadinanza che gli permette di pagare l’affitto di una casa in un altro quartiere della città. Percorrendo via Pistone da palazzo De Gaetani verso via Ventimiglia, attraversando prima l’incrocio con via Carro e poi con via Reggio, Alfio afferma di avere la sensazione di attraversare mondi paralleli: ogni strada, in funzione di chi la vive, presenta un sistema di controllo differente, ma sono presenti degli elementi, per molti impercettibili, che legano la frammentarietà di quegli spazi.

  1. Il protagonista della quinta passeggiata è Saro, abitante storico, nato e cresciuto a San Berillo. Saro ha un’attività artigianale in quartiere: riesce a dare nuova vita ad oggetti dimenticati, comunemente definiti vecchi e inutilizzabili. È benvoluto da tutti, saluta e dialoga con senegalesi, gambiani e prostitute. Il primo luogo in cui ci conduce è proprio il suo deposito, via Pistone 66, edificio che, in parte, nel 2014 è stato interessato dal crollo del tetto e di alcune pareti. Di fondamentale importanza è il concetto di fiducia: Saro, oltre ad avere un buon rapporto con tutti gli abitanti del quartiere, si è guadagnato la stima della proprietaria dell’intero edificio in cui lavora. Il compito che gli è stato assegnato è di controllo, nessuno può entrare e occupare abusivamente l’edificio finché lui lo vive. Entrando nel palazzo, Saro ci mostra con orgoglio gli affreschi delle volte, ormai degradate e pericolanti e così facendo comprendiamo la sua voglia di mostrarci la bellezza e la storia dell’immobile. Non ci mostra quella parte di edificio crollata, ma ci guida a vedere la bellezza dimenticata di quegli affreschi. Passando dalla falegnameria del padre, in via Ventimiglia, emergono i ricordi legati alla diffusione dell’artigianato, e delle botteghe di lavoro. Il padre racconta la storica promessa di realizzare a San Berillo un “mercato degli artigiani”, un progetto discusso anni prima ma che non è mai stato realizzato. Ci dirigiamo verso il Cortile Delle Belle, attualmente chiamato Piazzetta Goliarda Sapienza. Chiudendo gli occhi ed immaginando che i murales, gli arredi e gli allestimenti non ci siano più, resta una piazza spoglia, identica a quella del passato, anzi, con i visibili segni del tempo. Saro invece, attraverso la sua narrazione e i suoi ricordi, riesce a dare vita a quei luoghi, li ridipinge affollati e chiassosi com’erano un tempo. Il desiderio di Saro è di rivedere il quartiere vivo, ripopolato, consapevole delle innumerevoli potenzialità delle strade e degli edifici, non solo storiche ma anche abitative.

Mappature su una nuova concezione di spazio

Concluse le passeggiate, le interviste e diversi momenti ricchi di narrazioni, in cui sono state sviluppate molteplici competenze di ascolto attivo, il gruppo di lavoro si è occupato della riorganizzazione delle informazioni e della elaborazione delle mappe: le prime cinque mappe hanno una funzione di racconto e di riflessione: raccolgono una breve biografia del protagonista di ogni passeggiata, individuano i luoghi specifici attraverso le foto e le citazioni dei walk leaders, registrando ciò che per loro era significativo ricordare e approfondire. Ciò ha permesso di raccontare quello che si viveva e si vive nel quartiere offrendo una lettura personale inedita. (Esempio di mappatura; Mappa n°2)

Grazie a queste prime cinque mappe sono stati poi definiti gli usi, lo stato di conservazione, le opportunità e i bisogni emergenti. Le mappature successive sono pertanto state suddivise nei due seguenti gruppi tematici:

  1. Usi, pratiche e stato di conservazione degli spazi
  2. Opportunità, bisogni e desideri

La prima mappa, mostra i dati relativi alle pratiche e allo stato di conservazione del quartiere di San Berillo. Le pratiche degli abitanti, sono intese come azioni che condizionano lo spazio utilizzato. La mappatura porta ad un confronto tra le pratiche individuate e lo stato di conservazione dei luoghi pubblici e privati. Nella seconda mappa sono stati riportati le opportunità e i bisogni rilevati durante le nostre passeggiate. Le condizioni riscontrate non sono divise rigidamente, ma ogni categoria è collegata alle altre in un contesto che vede convivere queste realtà, che spesso si trovano in relazione di reciprocità o contraddizione.

Queste mappature costituiscono la fase conclusiva della raccolta ed elaborazione delle informazioni ed indagini e rivelano molteplici aspetti a volte in contraddizione, a volte in sinergia tra loro. Tali aspetti che rivestono un’importanza fondamentale per la comprensione dello spazio e del suo relativo uso, che si auspica sia adattato su misura per chi vive e conosce quegli spazi meglio di chiunque altro.

Dalle passeggiate si ha avuto modo di avvertire la forte dinamicità urbana del quartiere di San Berillo vecchio, ma anche le contraddizioni che lo caratterizzano. Un fermento di personalità, culture e storie che aspettano di essere colte, trasmesse e non appiattite o demolite. Sono bastati pochi mesi per notare quanto le strade siano teatro di una costante attività quotidiana. Gli abitanti chiedono il rispetto della loro dignità e di quella dei luoghi che vivono. Non è un caso se hanno spesso messo in evidenza il bisogno di strade pulite, servizi igienici, supporti sociali e accesso alle case. La loro non è una semplice richiesta ma un’azione che tenta di concretizzare delle risposte, grazie ad esempio alla attività di pulizia che viene già svolta o ad altri fenomeni di autogestione per un vivere più sano e armonioso. Tali bisogni non sono legati all’assistenzialismo, in quanto non emerge la richiesta che “qualcuno faccia per loro”, piuttosto dallo studio emerge un altro importante desiderio, ovvero riconoscere, abilitare e rendere visibile l’ampio ventaglio di competenze che gli abitanti offrono. È ampiamente tangibile la volontà di creare cooperazione ed iniziative volte per migliorare la condizione del contesto urbano, per promuovere forme di microimprese e di progettualità. Gli abitanti vogliono essere protagonisti attivi del cambiamento e del rinnovo. C’è un forte impulso verso il diritto di riscattare sé stessi, di comunicare e condividere per mezzo di un più ricco confronto pubblico Ne sono un esempio i tanti luoghi di aggregazione: il ristorante africano MADA, la moschea, via Carro e via Reggio.

La maniera in cui queste strade vengono abitate mette in evidenza il bisogno di socialità.

Tutti gli aspetti meglio sintetizzati nelle ultime due mappe su usi, pratiche, bisogni ed opportunità, sono in stretta relazione tra loro, le condizioni riscontrate non sono divise rigidamente, ogni categoria è infatti collegata alle altre in un contesto che vede convivere queste realtà. Dall’uso “improprio” degli spazi pubblici, sfruttati come luoghi di lavoro, ne deriva l’evidente bisogno occupazionale; dai tanti piccoli spazi utilizzati come parcheggi e discariche, ne consegue il bisogno di cura e manutenzione per la creazione di spazi fruibili e praticabili da tutti; dalla propensione al relazionarsi ed interagire con il prossimo, emerge il bisogno di abilitare e “regolamentare” tali spazi e così via.

L’attività di tirocinio ci ha permesso di ampliare la nostra visione del concetto di azione progettuale, collegando le competenze tecniche agli aspetti sociali, civici e relazionali. L’esperienza è riuscita a scardinare e rimodulare le metodologie teoriche universitarie e accademiche, proiettandole sulla dimensione reale. Abbiamo avuto modo di rafforzare la visione della città come un sistema complesso e aperto, in cui dinamicità e bisogni non devono mai essere appiattiti dalle ricette precostituite da studiosi che configurano lo spazio pubblico in un’ottica comune, omologata in tutti gli angoli del mondo. Ciò che è emerso è stato soprattutto un arricchimento da un punto di vista umano, legato all’opportunità di entrare a stretto contatto con altre realtà e culture diverse a cui non eravamo precedentemente abituati o di cui non eravamo sufficientemente a conoscenza. Gli abitanti del quartiere che ci hanno accompagnato durante le nostre passeggiate ci hanno permesso di riflettere su valori spesso dimenticati dalla società odierna, come quello della gratitudine. Gli abitanti del quartiere apprezzano con umiltà ed entusiasmo chi presta loro un aiuto concreto, o anche semplicemente chi ha intenzione di dialogare con loro. Si avverte in modo evidente il bisogno di far valere la propria vita, le proprie capacità e le proprie esperienze. Le potenzialità latenti degli spazi e delle persone danno una speranza per un futuro migliore al quartiere, abilità e luoghi non sfruttati nascondono un sottosuolo ricco di possibilità. Altri preziosi valori che sono stati comunicati grazie all’incontro con gli abitanti sono un forte sentimento di appartenenza, solidarietà e condivisione. Valori che tendono a scomparire nelle grandi città, ma che possono emergere se riuscissimo a rivolgere uno sguardo amico verso quegli interstizi spaziali spesso stigmatizzati o dimenticati. La conoscenza di queste realtà ci ha in particolare permesso di smentire i preconcetti o le contraddizioni presenti per chi non conosce realmente il quartiere, costituendo un arricchimento personale, oltre che professionale, nella capacità di analisi ed osservazione della realtà.