Presentazione
Sono una studentessa francese che ha svolto quest’anno un lavoro di tesi magistrale presso l’università Sorbonne Nouvelle Paris 3 in Letterature Comparate. La mia tesi tratta di una comparazione fra i racconti d’infanzia di Goliarda Sapienza, Nancy Huston e Nadja Spiegelman. Al fine di svolgerla, sono venuta a Catania tra gennaio e giugno 2021, dove sono stata accolta da Trame di Quartiere: ho potuto così scoprire la storia ed i segreti del quartiere di nascita di Goliarda Sapienza (San Berillo) ed incontrare alcune lettrici che hanno accettato di parlarmi dell’influenza dei testi della scrittrice sulla loro vita.Goliarda Sapienza, una voce controcorrente
Di My-Linh Dang (Université Sorbonne-Nouvelle Paris 3, Parigi)
28/06/2021
Ho scoperto San Berillo in quanto lettrice francese attraverso le parole della scrittrice Goliarda Sapienza (1924-1996). Nata e cresciuta a Catania, Goliarda descrive la sua infanzia trascorsa tra i vicoli del quartiere San Berillo nel libro Io, Jean Gabin* , un racconto pubblicato – come la maggior parte dell’opera della Sapienza – solo postumo. Al primo sguardo, il modo che Goliarda Sapienza ha di celebrare l’architettura unica e la socialità vivace del luogo, per i lettori e le lettrici che non hanno mai messo piede a Catania, sembra scaturire da una nostalgia del tempo ormai passato dell’infanzia. Eppure, conoscendo il quartiere di San Berillo in carne e ossa, scoprendo la sua storia, incontrando i suoi abitanti e le associazioni che vi operano oggi, mi ha dato un tutt’altro sguardo sul perché della dimensione poetica delle descrizioni della Sapienza. In particolare, un capitolo che sembrava senza importanza alla lettura, quando si interessa alla storia recente di San Berillo, diventa fondamentale: il capitolo 11, che in più si nota per la sua posizione centrale nel racconto. In questo capitolo, la narrazione fa un salto avanti nel tempo, e ritroviamo la narratrice adulta, che rivela alla sua amica Jean, incontrata nella Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale: “Hanno demolito il mio quartiere e non ci tornerò più. Quello che non hanno fatto i fascisti, sono riusciti a farlo i democristiani.” (Io, Jean Gabin, p. 74). Solo con queste parole la Sapienza accenna all’evento storico, in qualche modo traumatico, dello sventramento del 1956. Comunque, è alla luce di esso, e soprattutto della campagna mediatica denigratoria che lo ha supportato, che si può trovare una delle tante analisi possibili dell’opera di Goliarda Sapienza: in effetti, potrebbe darsi che abbia descritto il suo quartiere innanzitutto per farlo rivivere nella sua fantasia e nella fantasia delle lettrici e lettori, e poi per fare sentire la sua voce singolare d’artista che, con poesia, si oppone alla cacofonia mediatica che colpisce il suo quartiere d’infanzia.
Da questa prospettiva, si apprezza ancora di più gli inviti della Goliarda bambina che in Io, Jean Gabin ci porta a visitare gli artigiani antichi del quartiere, come il puparo Insanguine e il gelsominaro. Per esempio, lei ci trascina dentro il “basso del gelsominaro, che come un pozzo umido di afrori dolci e marcescenti […] alita alle narici”, e ne descrive la tecnica ormai dimenticata di “porge[re] uno per uno, con dita delicate, i piccoli boccioli di gelsomino ancora chiusi alla ragazza grassa che con rapidità li infilerà uno per uno negli steli secchi in forma di rosa” che “la notte s’apriranno a centinaia […] accendendo di luce bianca e profumata le strade di Catania.” (Io, Jean Gabin, pp. 25-26). Dopodiché, Goliarda Sapienza ci fa entrare “nell’antro carico delle passioni di tutte le anime dei paladini che [il puparo] Insanguine portò alla vita”: lì, possiamo vedere le donne “intente all’ago e al filo” mentre “i carusi con colpi di martello ora forti, ora lievi, sincopati, riparavano gli elmi ammaccati, le corazze, gli scudi e le scimitarre.” (p. 49). Meravigliandosi dei pupi – ovvero delle marionette tradizionali del teatro siciliano – creati da Insanguine, la scrittrice mostra in quanto il pupo, poiché “durante il giorno, si lascia andare a una morte apparente per rinascere ogni notte all’avventura”, (Ibid) possa essere un simbolo di rinascita dopo la morte grazie all’arte. Quest’immagine del pupo è a immagine della scrittura della Sapienza, grazie alla quale fa rinascere il suo quartiere nonostante la sua distruzione dallo sventramento.
Visitando oggi il quartiere di San Berillo, non si possono più vedere quegli artigiani spariti per via dello sventramento stesso, ed è proprio per questo che il racconto di Goliarda Sapienza prende un valore testimoniale e storico inoltre del suo valore letterario. La mia esperienza, in quanto ricercatrice-osservatrice del quartiere nel 2021, mi ha fatto capire sempre di più che la letteratura, più che una disciplina universitaria, è un modo di ricordare a tutti ed a tutte i pezzi dimenticati della nostra storia. In questo senso, la voce di Goliarda Sapienza, controcorrente già nel suo tempo, ha ancora, nel contesto odierno della riabilitazione urbana di San Berillo, tante cose da insegnarci – tra queste, l’umiltà e la capacità di guardare il mondo in un modo ingenuo tipiche dell’infanzia.
[^1*]: Scritto circa la fine degli anni 1970 ma pubblicato postumo nel 2010 da Einaudi.








