Di cosa parliamo quando parliamo di prostituzione? Appunti da un’esperienza di ricerca a San Berillo

Di cosa parliamo quando parliamo di prostituzione? Appunti da un’esperienza di ricerca a San Berillo
2 Gennaio 2021 Andrea D'Urso

Sono numerosi i percorsi di ricerca che negli ultimi anni hanno interessato il quartiere San Berillo ed in molti casi hanno potuto contare sul contributo di Trame di Quartiere, che ha da sempre interpretato la propria attività come occasione per promuovere e facilitare pratiche di azione e di ricerca sul territorio.

Nelle scorse settimane abbiamo avuto l’opportunità e il piacere di incrociare il lavoro di Giulia Sbaffi, dottoranda presso il dipartimento di Italian Studies della New York University, che ha come tema la soggettivazione politica della prostituzione in Italia e la raccolta di fonti orali a partire dalle storie di chi vive di prostituzione.

Giulia, qual è il percorso che dalle storie orali ti ha portato ad occuparti dei temi della prostituzione?

Io sono una ricercatrice di storia contemporanea, la storia orale è la metodologia che ho scelto e il lavoro sessuale il mio tema. La mia prima interlocutrice è quindi la memoria al suo confronto col presente. Tuttavia parlare al e nel presente significa per me, come per chiunque faccia o si allei a chi fa lavoro sessuale, avere di mezzo un ingombro intruso: lo stigma, una delle forme di violenza più vischiose. Ecco dunque che la storia orale, mettere al centro le voci di chi fa questo lavoro, significa per me contribuire a scorporare una narrazione stigmatizzante cercando nel dialogo con chi di prostituzione vive, parole di dialogo nuove, incarnate. Dialogare, raccontarsi (che significa che loro si raccontano a me ed io a loro ed insieme così creiamo una narrazione) è un’altra delle ragioni per cui l’intersezione tra storia orale e lavoro sessuale è l’unica dimensione possibile di ricerca per me: mescolare la mia voce a quella di chi vive di lavoro di strada significa dissodare quel terreno che sta tra me (e tutti gli spazi che abito) e loro (e tutti gli spazi che abitano) per dare senso storico e soggettivato a questa esperienza.

Come mai hai scelto San Berillo per la tua ricerca?

A me è sempre piaciuta la storia sociale, quella culturale e dei movimenti. Questo interesse si è agganciato al mio arrivo a New York. Era l’inizio del 2017 e il movimento di decriminalizzazione del sex work si stava facendo più chiassoso, io non ne sapevo assolutamente nulla, ma nel frattempo avevo iniziato il mio dottorato e cominciavo con fatica a leggere la storia attraverso lenti metodologiche altre.

In maniera assolutamente casuale, a novembre dell’anno successivo ho iniziato a pensare al mio tema. Sono partita chiedendomi: possibile che in un paese come l’Italia, che ha socializzato la militanza a lungo e in maniera assolutamente creativa e prolifica sia da un punto di vista intellettuale che politico e culturale, non si sia creata una movimentazione tra chi fa lavoro sessuale? La risposta l’ho trovata a Pordenone, nel comitato per i diritti civili delle prostitute. Erano gli inizi degli anni 80, le rivendicazioni politiche delle prostitute di Pordenone si inserirono nel percorso di movimentazione delle lavoratrici del sesso di buona parte dell’Europa e degli Stati Uniti. Quelli sono anche stati gli anni del femminismo e delle riflessioni operaiste sul lavoro, della lotta per la legge sull’aborto e della trasmissione sulla seconda rete di processo per stupro: il codice linguistico politico del Paese stava cambiando e si era aperto uno spazio di confronto importante anche sul tema della prostituzione. Credo, insomma, che le rivendicazioni delle prostitute di Pordenone abbiano aperto uno spazio di confronto interessantissimo sulla storia politica degli anni 80 di questo paese. Così sono andata a cercare se questo percorso avesse contaminato altre realtà o se avesse trovato referenti altri all’interno del paese. Ed ecco come ho incontrato il manifesto di Franchina, che sebbene sia molto lontano dagli anni 80, ne rievoca molte delle richieste e la sua memoria. Non sapevo niente di San Berillo allora, è stata una meravigliosa scoperta: un margine al centro della città, punto di osservazione privilegiato di tutte quelle storture che produciamo e che ci si producono addosso ed intorno.

Di cosa parliamo quando parliamo di prostituzione di strada? Quali sono i più diffusi luoghi comuni che occorre smontare?

Parliamo di una transazione commerciale tra due adulti consenzienti che avviene su strada. Ci sono due elementi di questa definizione che trovo utili per rispondere anche alla tua domanda successiva: il consenso e la transazione commerciale. Il lavoro sessuale è lavoro: c’è una domanda e un’offerta, a questo scambio è attribuito un costo. Il lavoro sessuale è lavoro, quello che gli manca sono le tutele. Il sistema legislativo che abbiamo nega l’accesso a queste tutele ostacolando terribilmente il vissuto di chi offre prestazioni sessuali a pagamento. Una strategia stigmatizzante ed economica (nel senso che permette di raggiungere il proprio obiettivo, rendere invisibile chi lavora, col minimo dispendio possibile) incredibilmente intrappolante.

Ed ecco che, per arrivare ai luoghi comuni, si tende a pensare che la prostituzione sia sempre agita in assenza di scelta. Io penso che sia incredibilmente fuorviante pensare in questi termini, oltre che sbagliato. Il corpo è mio e decido io, diceva uno slogan femminista che se volessimo parafrasare in un concetto varrebbe a dire: ogni soggetto ha la potenza e deve avere la possibilità di autodeterminarsi. Quindi da un punto di vista soggettivo, non è determinante considerare la scelta individuale quando parliamo di prostituzione – faccio una dovuta precisazione, non mi sto riferendo e non mi riferirò di seguito alla tratta che entra in un quadro di discorso un po’ diverso e complesso. Da un punto di vista sociale: quale scelta è liberamente determinata in un sistema ingabbiante come il nostro? Le pressioni sociali e culturali sono fortemente imbriglianti, sempre. Ecco perché la prostituzione è una realtà così interessante, opaca, esula da qualsiasi definizione normante e normativa e ci costringe a soffermarci su come agire e stare in quei rapporti di forza, in quelle sfumature che ci sono e esulano dal quadro interpretativo e classificatorio con cui interpretiamo la realtà. 

Servono strumenti altri, io trovo molto utile quello del consenso in qualsiasi relazione, commerciale o meno. Il consenso è sempre espresso verbalmente e spesso richiede una sua conferma. Lì dove il consenso non viene rispettato, si agisce violenza. Se imparassimo a ragionare in questi termini nell’intimità come nel lavoro, ci sarebbe più facile capire che la prostituzione non è per sua natura violenta, ma che l’assenza di tutele rende spesso impossibile difendersi e quindi molto possibile che venga agita una violenza che in un contesto più attrezzato socialmente potremmo tentare di arginare. Sono queste micropratiche che ci permettono di cambiare le strutture sociali e politiche che abitiamo.

L’appellativo sex workers rischia di essere politically correct ma tenta di riportare al centro il tema del lavoro e delle tutele. Diritti e salute sono ancora lontani dal dibattito sulla prostituzione e l’attuale normativa non consente di fare grandi passi in avanti. Cosa manca ancora per raggiungere la consapevolezza necessaria ad affrontare la questione sotto una dimensione civica e politica? 

Più che politically correct, quello che penso quando uso la parola “sex work” è: la persona o la comunità a cui mi riferisco usa questo termine o preferisce definirsi in altro modo? E chiedo. Quando si tratta invece di discutere di questa realtà in maniera più astratta o politica, lo trovo molto utile perché esprime in maniera immediata quella che è l’urgenza necessaria: riconoscere al lavoro sessuale o sex work le stesse garanzie e tutele di qualsiasi altro lavoro. Se parliamo di consapevolezza, l’associazione immediata è invece quella allo stigma. Decostruirlo, ponendosi buone domande e proponendo buone narrazioni. La pandemia, come qualsiasi fenomeno collettivo, ci offre una irripetibile opportunità di confronto: la strada è negata, la sofferenza è diffusa, il lavoro è una trappola. C’è un bisogno diffuso che non sappiamo come ascoltare o al quale non siamo pronti a rispondere politicamente, ma che percepiamo e che condividiamo. Quel bisogno crea relazione, incuriosisce e forse, se guidato con cura, aiuta a cambiare prospettiva. Fatevi raccontare da Franchina come San Berillo si è mobilitata per sostenere la sua comunità di sex workers 1 : , leggiamoci il dossier pubblicato da Nessuna Da Sola a termine della sua campagna2 . C’è tanta curiosità e interesse, è un momento importante per depositare un po’ di questa nuova consapevolezza.

La prostituzione costituisce da anni l’elemento principale di connotazione per un pezzo di città e per certi versi sembra quasi tollerata all’interno di uno spazio ristretto che coincide con un quartiere con delle evidenti situazioni di criticità sia dal punto di vista fisico che sociale. All’interno di Trame uno degli argomenti di discussione più frequenti è l’urgenza di interpretare un cambiamento perché il permanere delle attuali dinamiche porterà a delle condizioni di degrado irreversibili che aprono inevitabilmente a processi speculativi. Hai interpretato l’esigenza di una nicchia sicura (o presunta tale) per la quale sacrificare altre necessità, in primis la vivibilità degli spazi?

Il vero degrado è lasciare le comunità scegliere tra un parcheggio sotterraneo, un vuoto urbano o l’emergenza abitativa. Però questa è una posizione politica molto personale, la realtà del quartiere è più scomposta e magmatica. Io non sono riuscita a mapparla e questo è parte del fascino di San Berillo, interseca fenomeni così complessi e diversi tra loro che è difficile averne una visione armonica e forse è proprio questo il punto. Ed è un bel punto, penso, su cui stare. Su di un piano più esperienziale, quello che ho avuto modo di pensare stando a San Berillo otto settimane è che forse alcuni di questi processi decisionali sarebbero più facili se si provasse ad ascoltare e riconoscere le comunità che vivono il quartiere. Palazzo De Gaetani, che sta proprio all’intersezione tra il crocicchio di vie che è San Berillo, è uno spazio privilegiato per avviare questa conversazione.

De Andrè scriveva che dietro ogni scemo c’è un villaggio, sarebbe interessante chiedersi chi o cosa ci sia dietro una prostituta a San Berillo?

Per rimanere su De Andrè: se stessa. Ma forse anche un sacco di scemi che farebbero bene a uscire un po’ da quel villaggio e imparare a guardare al mondo con un caleidoscopio. 

È un periodo in cui è difficile fare programmi, sappiamo che hai intenzione di tornare a trovarci. Come pensi di continuare il tuo lavoro in quartiere?

Mi piacciono molto le mappe che avete nelle vostre sale, mi piacerebbe tornare e costruire con le persone che ho intervistato la loro/nostra mappa di San Berillo, metterla nella mia tesi e lasciarne una a voi. C’è una San Berillo per ogni storia e io vorrei che il quartiere leggesse la mia. Ed infine, devo tornare a restituire le mie interviste e decidere insieme cosa farne, se  creare un archivio condiviso o lasciarle in quello del nostro incontro privato. Vorrei che Catania diventasse un punto di scambio e passaggio continuo, non una singola esperienza.

Le esperienze di ricerca sono condotte in collaborazione con Trame di Quartiere.

Sul tema del lavoro sessuale è attivo il Laboratorio di Innovazione Sociale che opera all’interno di Trame di Quartiere. Il laboratorio si riunisce con cadenza periodica e che è contattabile all’indirizzo lab.sociale@tramediquartiere.org.

In sede è attivo uno sportello per il supporto alle vittime di tratta e di sfruttamento gestito dall’Associazione Penelope a cui è possibile accedere il venerdì dalle 15 alle 19.

1.I lavori Francesco Grasso – Franchina sono disponibili qui: 

https://www.tramediquartiere.org/regalisolidali/Davanti-Alla-Porta-Francesco-Grasso-p262465183

https://www.tramediquartiere.org/regalisolidali/Ho-Sposato-San-Berillo-Francesco-Grasso-p262464254

Trame di Quartiere ha in particolare pubblicato nel 2018 il secondo libro  “Ho sposato San Berillo”

2.https://www.produzionidalbasso.com/project/covid19-nessuna-da-sola-solidarieta-immediata-alle-lavoratrici-sessuali-piu-colpite-dall-emergenza/