Proponiamo qui di seguito una riflessione, divisa in due parti, di Trame di Quartiere sul modello di sviluppo che riguarda la nostra città con la speranza che possa generare un dibattito pubblico e proposte. Buona lettura!!!!!
Modèllo: […] d. Più genericamente, qualsiasi cosa fatta, o proposta, o assunta per servire come esemplare da riprodurre, da imitare, da tener presente per conformare ad esso altre cose: le domande vanno redatte secondo il seguente m.; m. di rilegatura di un libro; m. di traduzione dal latino. g. Prototipo di una produzione industriale che debba poi essere eseguita in serie, spesso contraddistinto da un nome o da un numero che passa poi a indicare tutti i singoli oggetti di quella serie: fucile m. 91. Con sign. più ampio, il tipo di un determinato prodotto o di una serie di prodotti identici, distinto da altri prodotti della stessa specie per una sua forma particolare e per il complesso delle sue caratteristiche.
Arancino: 1. Nome commerciale dei frutti dell’arancio dolce caduti dalla pianta immaturi; si seccano al sole e si utilizzano talora per preparare bevande, liquori tonici e conserve. 2. Specialità della cucina siciliana consistente in una specie di supplì di riso a forma di arancia in cui il riso rimane bianco e il condimento (rigaglie di pollo e sugo) è concentrato nel mezzo. 3. Nell’Italia centr., nome del regolo, uccello appartenente all’ordine passeracei.
“La Sicilia è una terra ricchissima di storia e di bellezze naturali. È stata colonia greca, poi romana, ma anche bizantina, angioina, borbonica! E tutte queste civiltà hanno lasciato tracce di bellezza sulla nostra già incantevole isola. In giro per l’Italia e anche per l’Europa ci sono regioni che con molto meno inventano strategie per valorizzare il patrimonio e riescono a dare lavoro a tantissime famiglie a partire da una situazione che, diciamocelo, non ammette il confronto con quella siciliana. Se fossimo più civili e ci prendessimo cura della nostra terra potremmo vivere esclusivamente di turismo. Ebbene sì, anche qui nella nostra Catania. E questo oggi non è più un sogno ma una concreta possibilità a cui aspirare per il nostro futuro.”
Questo è un estratto dal discorso che potrebbe essere stato pronunciato in qualche tempo nella nostra città. Probabilmente chi sta leggendo condivide in buona misura con chi scrive almeno parti del contenuto di questo breve discorso. Eppure questo discorso non è mai stato pronunciato, lo abbiamo scritto noi adesso. Anche se persino noi che lo abbiamo scritto non ci saremmo stupiti di trovare sotto le virgolette la firma di un esponente del mondo politico catanese. O di vederlo postato da un esercente impegnato nel settore dei servizi turistici a Catania. Così come non ci stranisce più di tanto ritrovare gli echi dei discorsi affrontati durante il cenone di Natale con qualche parente, prossimo o lontano poco importa. O alla fermata del bus. O al tg regione. Oppure al Comune.
Il fatto è che a Catania la storia della città che potrebbe vivere solo di turismo la conosciamo tutti. Siamo abituati a considerare Catania un po’ come quel ragazzino che a scuola è bravo ma non si applica. Tutti almeno una volta abbiamo sentito dire ad un conoscente forestiero che “Catania è una città bellissima, il problema sono i catanesi”. Tutti ci siamo morsi le labbra con un misto di bramosia e di rabbia all’idea di una città provvista di ogni bene (bellezze naturali, architetture storiche, per di più patrimonio dell’UNESCO dal 2013) che tuttavia vive schiava di una tara storica fatta di individualismo, cattiva gestione e inciviltà che ne impedisce il volo. Decenni sono passati e generazioni differenti si sono ritrovate ad avere a che fare con gli stessi tormentosi pensieri. Giunte comunali e governi regionali di tutti i colori hanno provato a fornire la loro analisi della situazione e a dotarci degli strumenti di volta in volta più adatti per spiccare finalmente il volo.
Poi, tutt’a un tratto, il miracolo. A partire dal 2016 circa, praticamente di botto. Catania oltre che “sulla mappa” sembra essere dappertutto. Approda nei rotocalchi dei tg, nelle rubriche dei principali quotidiani europei, persino nei trend dei social. Ci si chiede attoniti: Come? Perché?
A dire il vero, comincia a circolare anche un’altra, odiosissima domanda: Ma si dice arancino o arancina?
Fortunatamente per voi, non è questa la sede per chiarire l’arcano. Oggi il nostro obbiettivo è di provare a intraprendere una prima riflessione sul modello di sviluppo che sta seguendo Catania, possibilmente, avviare una discussione informata su alcuni degli aspetti diciamo così più intricati, magari esplorando un po’ più a fondo qualche luogo comune per provare a capire, ad esempio ,quanto ci sia realmente di scontato nella recente affermazione del nostro primo cittadino che “la rinascita di Catania passa necessariamente dalla valorizzazione turistica del centro storico, da operare con uno sforzo congiunto di pubblico e privato e senza avere paura di violare nessun tabù”.
Ci sarebbe così tanto da dire che temiamo di non aver cominciato nel modo giusto, e nemmeno siamo sicuri che alla fine di questo breve articolo avremo contribuito a far emergere tutti i temi che ci sembrano rilevanti. Poco importa, cominciamo lo stesso. Come è buona regola, con un po’ di teoria.
In un tempo come il nostro in cui il ruolo delle istituzioni politiche tende ad essere quello di comitati di gestione in chiave aziendalista dei beni pubblici, si dà per scontato che per garantire il benessere dei cittadini occorra perseguire un qualche modello di sviluppo, meglio ancora se sostenibile. Oggi proveremo ad illustrare le specificità del modello di sviluppo per il quale si spende la giunta Trantino, da noi affettuosamente battezzato:
“Il modello Arancino”

Dicevamo, le città europee a partire dalla fine degli anni ’90 cominciano gradualmente a trasformarsi in beni da sfruttare per la produzione di profitti economici. Sostanzialmente la delocalizzazione del settore industriale e la facilità di spostamento di merci, capitali e persone comporta da un lato la dissoluzione di equilibri socio-economici di lunga data, mentre dall’altro apre possibilità inedite per iniziative economiche basate sulla libertà di investimento. E fin qui, niente di nuovo direte voi. Tuttavia la novità per molti consiste nel rendersi conto che concetti come benessere, qualità della vita, sviluppo e opportunità si trovano nel giro di pochi anni ad assumere un significato assolutamente innovativo e tendenzialmente inteso in senso individualistico, il che riflette lo stato di cose determinato dal mutato assetto politico. E fin qui niente di male, direte (forse) voi.
Il vero problema nasce quando nonostante negli anni si alternino governi di colore diverso, per quanto riguarda la stragrande maggioranza dei cittadini che subiscono gli effetti delle “novità” prodotte da questo mutato orizzonte di significati politici non si riesce ad organizzare nessun tipo di resistenza capace di limitare l’erosione di quelli che fino a pochi anni prima erano dei diritti di base. I diritti si trasformano gradualmente in beni di consumo, in asset. Siamo all’alba del concetto di governance urbana, la figlia prediletta del discorso neoliberista che – dopo aver messo a valore ambiti prima considerati intoccabili come l’istruzione o la sanità, o la casa – adesso si rivolge alla vera sostanza dell’ambiente in cui viviamo per estrarre quel valore che poi a cascata si diffonderà su tutto il corpo sociale….(se avete tempo e soprattutto fegato, potete approfondire qui) La città dunque non è più la cornice nella quale avvengono le attività che producono ricchezza – le quali hanno luogo ormai molto, molto lontano – la città deve produrre essa stessa ricchezza. E per riuscirci, deve diventare non tanto appetibile, ma unica.
Solo Venezia ha il Canal Grande, e solo Parigi ha la Tour Eiffel. Roma si siede facile al tavolo dei Big insieme a Milano capitale internazionale della moda. Ma che dire di chi, come la povera Barcellona, all’inizio degli anni novanta non ha nient’altro da offrire che un centro città pieno di fabbriche in disuso, interi quartieri considerati insalubri e nessun bene culturale di rilievo – a parte forse una chiesa che è in costruzione da quasi 100 anni ed una manciata di palazzi privati realizzati dallo stesso architetto? Tocca lavorare di ingegno, essere visionari, qualità che non mancano agli scaltri amministratori della giovanissima democrazia spagnola. Ed ecco che 20 anni dopo la fine della dittatura franchista, Barcellona comincia la sua ascesa che la porterà dopo altri 20 anni a diventare la terza meta turistica più ambita d’Europa. Cosa attira il miliardo (quasi) di turisti che ogni anno la scelgono da anni? In una parola: la libertà.
Eh sì, un concetto strano, ineffabile e vago come pochi. Ma intanto principalmente di questo si sono nutrite le campagne pubblicitarie e gli investimenti pubblici e privati che dalle olimpiadi del 1992 hanno avuto luogo nella Ciutat Condal: libertà di costruire una spiaggia con annesso lungomare (la Barceloneta) importando sabbia dall’Egitto e palme da Beverly Hills dove prima si trovavano solo detriti industriali; libertà di convertire la Rambla, storica arteria del centro città sede del mercato dei fiori, in una distesa a perdita d’occhio di negozi di souvenir, sedi di famosi fast food e tourist traps di vario genere; libertà di demolire isolati interi per risanare l’intero quartiere del porto e far spazio al distretto culturale.
Tutto questo per restituire al visitatore l’idea di un’esperienza autenticamente mediterranea, attraverso la storia della ciutat irredenta che rivive nella totale liberta di… fare praticamente tutto quello che vuoi, basta che paghi! Il genio dei catalani in quegli anni traccia la mappa per ogni tipo di emulazione più o meno dichiarata che sia. Amsterdam. Berlino. Marsiglia. Tutte città che, non avendo nessun Colosseo da offrire alle HomePages dei siti delle agenzie turistiche sanno però intercettare la crescente domanda di vacanze fuori dagli schemi creando fattori d’attrazione sempre più nuovi per turisti sempre più nuovi, sempre più uguali tra di loro. Sempre più instagrammabili, diremmo oggi. E poi fiere, grandi eventi, nuovissime infrastrutture sgargianti e potenziamenti aeroportuali. Il gioco è fatto, il capitale circola liquido sul suo circuito secondario e poco importa se in certi ambienti si comincia a parlare di disneyficazione delle città o di urban refugees.

Ma basta con la teoria – e anche con la storia. La chiudiamo qui e torniamo a Catania, più o meno agli anni del dibattito sul genere del Principe della Tavola Calda. – che tra l’altro si risolse (ahinoi) così.

Succede che a partire dal 2012 circa, con l’avvento dei siti di social hosting e complice l’aumento delle tensioni politiche nel medio oriente e in nord Africa, Catania improvvisamente si trova sempre più piena di turisti. Tira aria di novità, il che permette ad alcuni pionieri di sfruttare lo spirito commerciale marca liotru che da sempre ci appartiene per avviare un processo tanto spontaneo quanto caotico di messa a valore dei beni privati attraverso investimenti anch’essi squisitamente privati. Sono gli anni del boom delle case vacanza che, a partire dal 2016 in poi, sembrano costituire la panacea per migliorare la situazione economica di ogni tipo di proprietario. Per farci un’idea generale dell’entità di questo fenomeno – ribadiamo, del tutto affidato alla libera iniziativa privata e quindi al di fuori di qualsiasi logica di equilibrio o sostenibilità zonale – ecco un primo dato abbastanza importante: il numero dei pernottamenti di turisti in strutture ricettive extra alberghiere tra il 2013 ed il 2023 è aumentato del 160 % circa per gli stranieri e del 140 % per quanto riguarda gli italiani. Gli albergatori minacciano guerra. Le istituzioni in un primo momento stanno semplicemente a guardare e si limitano ad aggiudicarsi il merito di risultati lusinghieri per la città in generale attraverso dichiarazioni che si prestano abbondantemente allo sfottò.
Poi, captata la novità di una città che comincia a venire paragonata a destinazioni estere nelle quali magari anche loro sono andati in vacanza o sognano di vivere un giorno, si attivano anche gli imprenditori più classici, anche loro di tutte le taglie, sensibilità, tasche ed estrazione sociale: sono gli anni degli Ostelli (ma non ce n’era uno solo e vendeva lo zibibbo a 2,50?), di via Gemellaro (ma non c’erano solo i cinesi?) degli ombrellini, delle hamburgerie gourmet, del food district, del San Berillo district. Gli anni in cui aprono a velocità supersonica poche ma centrali attività commerciali di taglio globale, pensate per un pubblico di vacanzieri giovani, dinamici e vogliosi di aperitivi, panini e shots. Al silenzioso sviluppo di questi si affianca il proliferare senza freni di ben più classici ed appariscenti ristoranti “tipici”, con i loro piatti esposti su strada tutti rigorosamente stracolmi di pesce, pizza, pasta alla norma, salumi, formaggi, food e anche beverage insomma, il tutto ricoperto da tonnellate di granella di pistacchi naturalmente tutti di Bronte che ha fatto sbizzarrire gli artisti del web sin dai primi giorni. Tutto ciò sotto lo sguardo attento dei recensori di TripAdvisor e corredato di centinaia di migliaia di scatti di fotocamere forestiere, che confluiranno nei popolari hashtag #visitcatania, #cataniafood, oltre all’italico #vivendocatania.
Sono anche gli anni del crollo del palazzo ad angolo tra Via Castromarino e Via Lago di Nicito a causa dei lavori per l’estensione della metro. Della fuga di gas che uccide una persona e ne ferisce quattro in via Crispi. Gli anni degli incendi agli accampamenti di senza tetto in Piazza della Repubblica. Lo precisiamo anche per mettere in evidenza un fattore che da subito unisce tutte le specificità di questa prima fase di sviluppo alla spicciolata: gli edifici che ospitano le attività commerciali “per i turisti” raramente sono costruiti ex novo ma trovano sede in vecchie botteghe dei quartieri popolari o a ridosso dei mercati storici, mentre le case vacanza aprono una appresso l’altra nei bassi o nelle case comunque di basso valore del centro storico. Le cosiddette riqualifiche – termine di cui si cominciano ad appropriare la politica ed il comparto edilizio catanesi – interessano quasi unicamente immobili destinati a questo tipo di uso. In altre parole, a cambiare volto e spesso anche odori e frequentazioni sono le zone più caratteristiche del centro città, la Catania del tempo libero e delle tradizioni. A non cambiare affatto è lo stato di profondo degrado del restante centro storico e l’incuria di tutti gli edifici a cui non tocca questa sorte tanto lusinghiera. Loro rimangono lì a destare la curiosità e gli sguardi sempre più spaesati se non palesemente intimoriti degli ignari vacanzieri.

Tre coppie di turisti alla terza ora di attesa nella sala denunce della questura di Via Manzoni
Fast forward: è il 2023, l’attuale sindaco Enrico Trantino è appena stato eletto con un plebiscito tra le fila di Fratelli d’Italia , il primo a riuscirci in un comune sopra i 100.000 abitanti. L’anno dopo Giorgia Meloni si godrà i fuochi del 3 dal balcone di Palazzo degli Elefanti, in una scena che ricorda tanto le passeggiate dell’allora sindaco Umberto Scapagnini in compagnia del suo più celebre paziente Silvio Berlusconi. La sua elezione viene immediatamente salutata da una buona parte della cittadinanza come la scossa di cui Catania ha bisogno per cambiare Catania. Basta con il disfattismo e con lo scaricabarile, il centro storico riparta dalla bellezza e dalla cura da parte dei suoi abitanti. Presumibilmente da quei pochi che ancora riescono a vivere in città, o quantomeno nel suo centro.
Sin dalle prime dichiarazioni, l’ex assessore all’urbanistica della precedente giunta Pogliese non mette freni all’entusiasmo di quanti sono pronti a immaginare una Catania “proiettata verso il futuro”. Un futuro nel quale il fattore turismo – compreso quello mordi e fuggi delle navi da crociera – rappresenta la modalità più importante per “rilanciare l’economia del settore dei servizi” – leggi: fare cassa e farlo presto.
Si comincia a parlare sin da subito di progetti di riqualifica del rione Civita e del quartiere San Berillo, l’uno antistante il porto e l’altro situato nel cuore del centro storico. La sua elezione a primo cittadino è seguita a stretto giro dall’approvazione dei progetti finanziati dai fondi PNRR per l’“inclusione sociale”, che prevedono interventi di riqualifica degli assi viari e di alcune piazze del centro storico per liberare suolo pubblico da destinare ad attività legate alla ristorazione ed allo svago, e più generalmente stimolare l’azione dei privati incentivandoli ad investire sul territorio dietro la promessa dell’aumento del valore degli immobili. Tra rendering di pedonalizzazioni e sparute aree verdi, piste ciclabili ed ordinanze civiche anti degrado Catania si prepara a recuperare il gap con le altre città europee e a sfruttare appieno tutto il potenziale della sua hipness mediterranea. Non una voce è dedicata alla sostenibilità sociale di tali investimenti o alle conseguenze della cosiddetta iniziativa privata sulle destinazioni d’uso degli edifici e sulle difficoltà degli abitanti delle zone interessati dal progetto. Migliorie necessarie dunque, ma sostanzialmente per pochi. Ma su questo torneremo tra non molto.
Altro dato: i numeri dei pernottamenti turistici siano rimasti sostanzialmente invariati tra il 2013 ed il 2023 – per la precisione, gli arrivi sono aumentati di un 20% nell’arco dei dieci anni grazie soprattutto al potenziamento del traffico aeroportuale, a fronte di una drastica diminuzione dei pernottamenti (fonte: rapporto sul turismo in Sicilia anni 2013,2022, regione siciliana). Poco importa: quello che più conta è cavalcare l’entusiasmo, farsi trovare pronti ad attrarre investimenti e quindi intervenire sulla città fisica e prima ancora sulla mentalità degli abitanti. Fare come ad Amsterdam e a Barcellona.

E mentre nelle città della prima ondata di turistificazione ampi gruppi di cittadini si mobilitano per dire stop al dilagare di Airbnb e locali turistici, noi ci apprestiamo ad intraprendere i primi passi del viaggio che ci porterà verso la Catania del futuro, finalmente con il pieno sostegno delle istituzioni e di importanti gruppi immobiliari e finanziari. Un futuro che a ben vedere sa già di passato se facciamo caso alle tantissime botteghe vuote con ancora le insegne dei bistrot, bar, fast food che non sono sopravvissuti alla tragedia del COVID-19 e che adesso adornano meste le strade del centro.

Questa volta sarà diverso, assicurano all’unisono sindaco ed assessore all’urbanistica: con i finanziamenti dell’Europa creeremo l’ecosistema ottimale per lo sviluppo di un’industria turistica all’avanguardia e, per l’appunto, resiliente. E lo faremo senza chiedere il consenso di nessuno, aggiungiamo noi. Eh si perché ogni volta che si tratta di intervenire sul suolo urbano perseguendo un obbiettivo, sarebbe bene adottare una visione sistemica che integri anche gli effetti secondari di tale intervento, le ricadute sociali e le discriminazioni basate sul reddito che rischiano di avvenire pur se si è animati dalle migliori intenzioni. Non può ignorarlo di certo un sindaco che ha ricoperto fino a due anni fa il ruolo di assessore all’urbanistica, e ne è di certo al corrente il vicesindaco La Greca che adesso ricopre lo stesso incarico, già eminente professore di urbanistica presso l’università di Catania. Dunque sembra essere in azione una qualche forma di volontà politica che consapevolmente reputa trascurabili gli interessi divergenti di esercenti, proprietari ed inquilini. A questo punto si impone la domanda: ma quali sono le intenzioni politiche di chi difende un progetto del genere, avvalendosi della ben remunerata consulenza di professionisti d’ogni dove (tranne che di Catania) e con la dichiarata volontà di emulare gli esempi già sperimentati – e rivelatisi ampiamente fallimentari sul lungo periodo – nelle metropoli d’oltralpe?

Proteste contro l’espulsione dei residenti dello storico quartiere centrale del Poble Sec, Barcellona
Presumibilmente quella di risolvere la stasi dell’economia cittadina “piazzando” Catania tra le prime destinazioni turistiche in una corsa al ribasso per la distinzione alla quale possiamo accedere solo creando quello spazio urbano privo di conflitti, omogeneo culturalmente e socialmente, fatto di piazze e soprattutto edifici ristrutturati di fresco che hanno come primo e spesso anche ultimo obbiettivo quello di offrire un’esperienza standardizzata MA tipica, accessibile e soprattutto riconoscibile al visitatore di passaggio. E per farlo questa volta non ci limiteremo all’iniziativa privata: le istituzioni sono a supporto, l’ottica d’intervento è globale. Nessuno si senta escluso, perché non lo sarà.
(Fine prima parte)









