6. Questione di spazio

Nel 6° episodio, Demba, che abbiamo già conosciuto, introduce al tema dello spazio. Ci parla di un’ “Africa dentro la Sicilia”. Ma è davvero così semplice come può apparire al turista di passaggio? La pensano tutti allo stesso modo? Come userebbero gli spazi gli altri abitanti? Gli stessi spazi possono essere sufficienti ed adeguati ad accogliere la comunità senegalese? E’ possibile e come una convivenza con gli altri abitanti? Sylla, vicepresidente dell’associazione dei senegalesi, accenna alla storia della comunità residente a San Berillo, che si trova a fare i conti con spazi limitati e spesso inadatti. Nonostante le case a rischio di crollo e gli affitti non proprio bassi, Seka, come altri membri della comunità che lavorano per lo più nel vicino mercato, ci spiega che non andrebbe ad abitare altrove. La spesa è gestita aumentando il numero di abitanti per alloggio e la soliderietà e l’accoglienza tra migranti favorisce la permanenza nel quartiere. L’avvocato Linda Cannilla, che lavora a San Berillo ed è specializzata in diritti umani, ricorda l’affollamento di alcuni luoghi. La comunità senegalese è percepita come stabile anche dagli italiani. Tuttavia emerge l’idea del ghetto. Altri cittadini considerati ai margini lo popolano, in particolare le prostitute e i trans. La convivenza non sempre è facile, come testimonia un episodio spiacevole che ci racconta lo stesso Roberto Ferlito del comitato di quartiere. I contrasti non mancano anche con gli altri abitanti, come appare evidente dalle loro testimonianze e dai racconti degli stessi senegalesi. Forse alcuni di questi problemi potrebbero essere mitigati da un ripensamento dello spazio di San Berillo. Le suggestioni che emergono sono diverse: la creazione di spazi commerciali, di lavoro, spazi per i bambini. E’ a questi ultimi che si riferisce l’assessore Villari, interpellato sul futuro del quartiere. Auspica un luogo di intercultura che non sia “ghetto”, perchè il ghetto non lo si vuole fare. In questo processo ribadisce l’importanza dell’educazione dei bambini e della conoscenza reciproca tra italiani e immigrati. Specifica però che il tutto dovrebbe avvenire in contesti in cui lo scambio culturale non sia tra le “aree del disagio”. Per le vie del quartiere intanto Giovannino insegna qualche parola di italiano e di catanese ai ragazzi immigrati che lo tengono d’occhio mentre il padre lavora (e che come loro soffre la precarietà e la mancanza di lavoro), e Demba, intento a riparare “alla senegalese” il paraurti di una signora di fuori quartiere, sorride al pensiero di alcune scaramucce e ci saluta con la semplice osservazione che, in fondo, “tutto il mondo è paese”.

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